Articoli del professore Aldo Mola

COSTITUZIONE DI CADICE

 VECCHIO PIEMONTE TRA  COSTITUZIONE DI CADICE E DI SICILIA

 di Aldo A. Mola

   La Spagna festeggia duecento anni dalla costituzione deliberata a Cadice nel 1812.   Fernando VII di Borbone era stato spodestato dai marescialli di Napoleone, che impose re suo fratello maggiore, Giuseppe. Murat aveva schiacciato la ribellione dei madrileni, passati per le armi come fotografò Francisco Goya nel celebre “Dos de mayo”. Contro il dominio straniero e i suoi alleati (gli “afrancesados”), gli spagnoli insorsero: una guerriglia eroica, feroce, condotta con l’aiuto peloso degli inglesi ai quali interessava la sconfitta di Napoleone, non la libertà della Spagna. Radunati a Cadice, in Andalusia, i deputati (Cortes) discussero e approvarono la Carta che proclamò la sovranità della nazione e istituì un Parlamento monocamerale e invocò l’unione morale tra istituzioni e cittadini, chiamati a essere probi e virtuosi. 

  Quando già molti pensavano che l’Europa finisca con i Pirenei, la Spagna balzò al centro della vita politica, nel segno delle libertà. Ma con la restaurazione del 1814 Fernando VII sospese la Costituzione.  Cessò di essere il re “Desiderato” e retrocesse a  tiranno, mentre le colonie americane spezzavano le catene e dalla Terra del Fuoco al Messico si battevano  per l’indipendenza guidate da Iturbide, Bolivar, Miranda, San Martin, iniziati in logge lautarine. Nel gennaio 1820 un pronunciamento di militari impose il ripristino della Costituzione di Cadice, L’esempio dilagò, Ne venne positivamente contagiata l’Italia, dove la Restaurazione da cinque anni soffocava  ogni aspirazione di libertà con arresti, torture, carcere duro, supplizi. A differenza della Spagna, nel ventennio franco-napoleonico l’Italia aveva conosciuto una ventina di regimi costituzionali, che avevano lasciato il segno. Ferdinando IV di Borbone su pressione dell’inglese William Bentick nel 1812 promulgò una costituzione che mise su carta il modello inglese, calzante per la Sicilia: parlamento bicamerale (una camera dei comuni e una dei Pari, come i lord  britannici) ma religione esclusivamente cattolica. Dunque non mancavano modelli “locali”. Nel luglio 1820 carbonari (centinaia di migliaia) e  massoni (pochi ma decisi) scatenarono un moto che impose la costituzione di Cadice, giurata da Ferdinando e da suo figlio, Francesco duca di Calabria.

La Santa Alleanza rispose con una spedizione per ripristinare l’assolutismo, d’accordo con il re spergiuro. Proprio quando  gli Austriaci, braccio armato della reazione in Europa, stavano irrompendo nel Mezzogiorno, anche a Torino  i liberali si mossero e chiesero la  Costituzione di Cadice. Vittorio Emanuele I di Savoia preferì abdicare. Passò la corona al fratello, Carlo Felice, temporaneamente assente e nominò Reggente il ventitreenne Carlo Alberto di Savoia, parente  di  tredicesimo ma   successore designato in assenza di eredi maschi. Carlo Alberto  concesse la costituzione, ma con due riserve: successione solo mascolina (legge salica) secondo le leggi della Casa (in vigore tuttora) e  la libertà di  professare i culti ammessi: valdesi (e protestanti) ed ebrei sia pure con tanti vincoli.

 

Santorre di Santa Rosa, ministro della Guerra, avrebbe preferito la costituzione siciliana del 1812,  più equilibrata; ma  la  spagnola sembrò più “democratica” e calzante. Bisognava agire anziché discutere. Sennonché Carlo Felice sconfessò Carlo Alberto e gli austriaci marciarono per reprimere. Per non farsi invadere il regno a tempo indeterminato da un “alleato” ingombrante, anche molti liberali accettarono il ritorno alla monarchia amministrativa, senza costituzione. I compromessi nei moti furono processati. Una settantina vennero condannati a morte, ma solo un paio di militari vennero suppliziati.  Militari,  ecclesiastici, professori e liberi professionisti furono i più colpiti.  I più scamparono in esilio. Fu il caso del saluzzese monsignor Bernardo Marentini, massone, presidente della Giunta di governo del marzo 1821,  che riparò  a Lione. Altri andarono in Spagna e Portogallo per combattere nelle file liberali. Santa Rosa, esule e incarcerato tra Svizzera e Gran Bretagna (ove già era esule Ugo Foscolo), nel 1825 andò volontario come lord Byron a difendere i greci in lotta per l’indipendenza contro i turchi e morì a Sfacteria.

Quasi trent’anni dopo, il 4 marzo 1848,  Carlo Alberto promulgò lo Statuto. Più sintetico e limpido della costituzione di Cadice e di quella siciliana del 1812, esso fu incardinato sull’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi. Con un parlamento bicamerale, il regno di Sardegna si candidò a guidare la lotta per l’Italia indipendente, unita, libera. L’esperienza del 1820-21 non era rimasta sterile. Perciò è giusto ricordare anche in Italia il bicentenario della costituzione di Spagna e gli italiani caduti nella campagna di Russia duecento anni orsono, quando, nella tremenda ritirata essi si batterono da leoni (come poi scrisse Giacomo Leopardi, scoprirono di avere una propria patria e di aver bisogno di un re “nazionale” (*). 

 Aldo A. Mola

 UNA COMETA PER SUPERARE IL DECLINO DELL'EUROPA  22/12/2013

Il declassamento dell’Europa da parte degli Stati Uniti d’America non data affatto dalla svalutazione ora decisa dall’agenzia di rating Standard & Poor’s, che declassa l’economia dell’Unione dalla tripla A ad AA. La retrocessione iniziò nel 1916-1918 quando, per reggere all’imprevisto gigantesco sforzo bellico, i Paesi dell’Intesa s’indebitarono con gli USA sino al collo. Fu anche il caso di Francia e Italia. La botta successiva venne con la seconda guerra mondiale, quando, molto prima che gli americani vi intervenissero, l’Europa aumentò enormemente la dipendenza dagli USA e mise nelle mani di Washington le chiavi di casa per i successivi decenni. Quanto accade ora è la conseguenza logico-cronologica del secolo XX: l’incapacità dei popoli europei di darsi una seria politica unitaria. 

   Una data emblematica del crack dell’Europa è il Natale di settant’anni orsono. Il 20 dicembre 1943 il comandante supremo delle Forze Alleate nel Mediterraneo Dwight Eisenhower e il feldmaresciallo britannico Harold Rupert Alexander dettarono a Pietro Badoglio, capo del governo, e al generale Giovanni Messe la condotta cui l’Italia era tenuta contro i tedeschi per espiare tre anni di guerra a fianco della Germania di Hitler. Il 23 dicembre il presidente degli USA Franklin D. Roosevelt e il premier britannico Winston Churchill annunciarono che Eisenhower assumeva il comando delle forze angloamericane in Europa, in lotta  per la liberazione dal nazismo ma anche per la spartizione dell’Europa continentale tra USA e URSS. L’Italia retrocesse a teatro secondario. Nel conflitto tanti gettarono valori e vita. Tanti la dettero. Tanti la tolsero. Tanti giovani, soprattutto. Com’era accaduto nel 1914-1918 e poi avvenne e avviene in molte aree del Pianeta.

Lo splendore dei principi etici affascina ma non abbacina chi constata che in gioco vi erano – come anche oggi vi sono - i rapporti di forza tra le grandi potenze, sensibili ai profitti e indifferenti agli ideali. Basti constatare, a conferma, che Unione Sovietica e Impero del Sol Levante appartenevano ad alleanze contrapposte, ma Stalin dichiarò guerra al Giappone solo dopo il lancio dell’atomica su Hiroshima, quando in Europa le armi tacevano da due mesi.

   Settant’anni orsono l’Italia era un tragico campo di battaglia tra eserciti (gli anglo-americani, con modesto ma devastante apporto di franco-marocchini da una parte, i tedeschi dall’altra), divisi su tutto tranne che nel contendersi palmo dopo palmo la “Terra dei Limoni” cantata da Wolfgang Goethe. Come già a Cassino e altrove, settant’anni addietro a Ortona i germanici si batterono casa per casa contro la 1^ Divisione canadese, impreparata a quel genere di lotta. Le fotografie documentano le rovine e le tragiche conseguenze per la popolazione civile.

Dunque fu amaro quel Natale 1943: di guerra, di sangue, di morti. L’Italia era e sarebbe rimasta a sovranità limitata, perché per compiacere Stalin, gli anglo-americani le avevano imposto la “resa senza condizioni”: la “pace cartaginese”, cioè l’annientamento. Da lì arrivano molti dei guai nei quali l’Italia annaspa, con governanti che scorrazzano all’estero da un Capo all’altro per ottenerne placet, buoni premio, sconti su debiti inestinti e futuri. Nella ridda di viaggi essi attutiscono il tintinnio del guinzaglio che ci tiene al collo ma non dicono poche parole chiare sul nodo vero: quale sovranità essi ancora hanno i cittadini? 

   La “legge di stabilità”, sudario dell’Italia odierna, ha stanziato 70 milioni di euro per ricordare le vicende di settant’anni orsono: una decisione apprezzabile se quel denaro verrà utilizzato non per ripetitive celebrazioni retoriche ma per promuovere ricerche documentate e innovative, per dare spazio a voci nuove, al di là della sterile disputa sul “revisionismo” che molti, per ignoranza o malafede, liquidano come “negazionismo”. Questa sterile polemica  divampa  nei confronti dell’Acqui Storia, che in anni recenti, con la regia di Carlo Sburlati e il robusto sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria presieduta da Pier Angelo Taverna,  ha superato gli steccati premiando opere di pregio quali Anatomia delle Brigate Rosse di Alessandro Orsini, Il Concilio Vaticano II di Roberto de Mattei, Vita e pensieri di Gramsci di Giuseppe Vacca, Dalla guerra fredda alla grande crisi del novantenne Ottavio Barié, accanto al Malaparte di Maurizio Serra, rappresentante dell’Italia all’Unesco, eL’ultima notte dei fratelli Cervi di Dario Fertilio promotore dei Comitates pro Libertatibus. Malgrado polemiche artificiose, nelle quali qualcuno cerca di trascinare anche figure istituzionali non debitamente informate, l’Acqui Storia mostra come contributi  di Enti e Fondazioni bancarie possano far crescere la storiografia: non “a noleggio” di ideologie o partiti, ma nel solco di Maestri quali Walter Maturi, Franco Venturi, Franco Valsecchi, Raimondo Luraghi…, che insegnarono a leggere la storia d’Italia nel quadro di quella europea e questa nell’ambito dell’universale.  E’ la grande occasione ora offerta dall’istituzione della macroregione alpina: le Alpi quale destino umano, come scrisse Paul Guichonnet, risorsa, non barriera né ostacolo. Alpi che non sono solo una fotografia dall’aereo o un tunnel senza sbocco, ma una ricchezza millenaria, una forza tellurica. Alpi come  liberazione dal secolo buio, che stiamo pagando. Lo si vede dall’indifferenza del governo centrale nei confronti di una ferrovia, la Cuneo-Nizza, fiore all’occhiello dell’ingegneria ferroviaria italiana, cometa dell’Europa che si avviava non a due guerre mondiali ma alla fratellanza tra popoli liberi e sovrani.

 Aldo A. Mola

 

 

 

 

 

 

 

Taormina: il sogno di Garibaldi.

 

“Torna, torna Garibaldi…”.  E torna anche lo czar di tutte le Russie. A Taormina, che impartisce una lezione di civiltà. Il 9 giugno nel Giardino Pubblico della città universalmente celebre per paesaggio storia e opere d’arte verrà scoperto un monumento in bronzo e granito di Nicola II che vi visse giorni felici con la Zarina Alessandra e i figli, poi sterminati con lui a Ekaterinburg dai leninisti, qui e là ancora presi a modello.  Peccato che il Vecchio Piemonte non abbia saputo fare altrettanto nel centenario della visita dello Zar a Vittorio Emanuele III nella Real Racconigi, ove il 24 ottobre 1909  Italia e Russia concordarono linee convergenti di politica estera, auspice il presidente Giovanni Giolitti.  Taormina fa scuola… Fa sognare.

  Come avvenne nell’agosto 1862, quando furono in tanti  a cantare l’inno appassionato e  nostalgico di Garibaldi sulla costa orientale della Sicilia.  Da lì  l’eroe dei Due Mondi era salpato due anni prima per la “liberazione del Mezzogiorno”, che agli occhi di tanti, e non solo allora, parve illegittima aggressione di una terra felice. E lì dunque dovevano nuovamente adunarsi i garibaldini per il balzo decisivo: “Roma o morte!”: un dramma che ancora imbarazza la memoria.  Il 28 giugno 1862 l’Eroe giugno era giunto a Palermo da Caprera e aveva iniziato la tessere la  sua trama. Dopo vari diversivi, partito dal Bosco della Ficuzza (Palermo) il 18 arrivò a Catania, passando per Santa Caterina, Caltanissetta, Castrogiovannni (sacra alla memoria di Euno), Piazza Armerina,…Regalbuto. La data non era scelta a caso. Era il sogno che si rinnovava. Esattamente lo stesso giorno di  due anni prima, l’eroe era poco più a nord. Il 18 agosto 1860 Garibaldi datò da “Taormina” il messaggio segretissimo a Giuseppe Sirtori : “Ho pensato di accompagnare la spedizione  Bixio e credo che sbarcheremo nelle vicinanze di Capo dell’Armi vicino a Reggio. Il generale Turr  vi dirà a voce alcuni concerti presi”.

  In realtà, come ricordano solenni lapidi, Garibaldi era a Giardini-Naxos, separata tredici anni prima da Tauromenion, ma nell’uso e nell’opinione sempre tutt’uno con la gloriosa sede del Parlamento Siciliano che vi si adunò nel 1410: pugnacolo di libertà.  L’Eroe non ebbe tempo di salirvi. Ospite  della famiglia Carrozza si contentò di sognarla, mentre febbrilmente raccoglieva il necessario per la spedizione e  sovrintendeva a chiudere con “purina”, sterco di vacca atto a saldare alla bell’e meglio il “buco” del piroscafo Franklin che con il Torino doveva portarlo sulla costa calabra.

  A Giardini-Naxos Garibaldi non mise insieme solo uomini, ma il fascio degli ideali, un gioco politico internazionale condotto d’intesa con Vittorio Emanuele II, al quale il 28 luglio da Milazzo aveva promesso di consegnare le Due Sicilie “al termine della missione”. Due giorni dopo gli chiese però 10.000 fucili con baionetta annunciandogli lo sbarco in Calabria per il 15  del mese seguente. Nel frattempo corse da Messina a Cagliari per disinnescare la mina di chi dalla Sardegna voleva puntare direttamente su Napoli o addirittura su Roma, mettendo tutto a repentaglio. Il re sapeva e approvava perché Garibaldi  aveva una parola sola: “Italia e Vittorio Emanuele”, una garanzia per le grandi potenze, a cominciare dalla Santa Russia di Nicola I.  

 

 Ma quel 18 agosto 1860 Taormina non aveva bisogno che il Generale vi salisse. Lo avevano già sognato presente e vivo il 9 aprile antecedente, quando si sparse la voce che fosse alle porte se non già in città, a riportarvi la Vera Luce. Invece  Garibaldi era a Torino, ancora incerto sulle decisioni supreme. Da poco aveva traslato  a Nizza le spoglie di Anita, si scrollava di dosso il fardello del tragicomico matrimonio con Rosa Raimondo, la Contessina del Lago, incinta da un suo ufficiale, come egli apprese nel corso della cerimonia nuziale,  e studiava come riprendere Nizza ceduta a Napoleone III da Camillo Cavour. I suoi sogni si accavallavano come in navigazione sul Pacifico…

  A Giardini-Naxos Garibaldi imbrigliò Nino Bixio che spazzava dagli occhi il ricordo di Bronte, ove aveva fatto fucilare sei insorti colpevoli di assassinio: un roveto ardente. Ed ebbe a fianco l’ufficiale ungherese Carlo Eberard. Capitanava l’internazionale azzurra, come poi scrisse per sconfessare il programma  di quella rossa (“La proprietà è un furto, l’eredità altro furto…”). Garibaldi era uomo d’ordine.  Costruttore. Pontiere di civiltà. Devoto al Grande Architetto. 

 Vegliata dal solenne Capo Taormina nell’agosto 1860 l’impresa ebbe successo trionfale. Da Mèlito Porto Salvo proseguì e  a  Soveria Mannelli i borbonici  del generale Giuseppe Ghio gli corsero incontro. Era fatta. Un mese dopo entrò in Napoli.

  Nell’agosto 1862 Garibaldi salpò invece da Catania. Il sogno di Taormina s’infranse irrimediabilmente. La spedizione finì ad Aspromonte nel modo peggiore. Fu il cammino del cinabro. Da sublimare nella solitudine del forte di Varignano (La Spezia) ove, ferito, il Generale fu tradotto,  con piccola vista sul mare.

  Perciò per l’Eroe la fortuna continuò a identificarsi con Marsala e Taormina, alfa e omega del cammino incontro al Sole, alla ricerca della Grande Italia.

  La città non dimenticò il sogno preveggente (suo o del Generale?) e dedicò a Garibaldi piazza 9 aprile, ov’è murata una lapide di esemplare sobrietà. E’ una sosta lungo via Umberto I, non lontano dalla Chiesa di Santa Caterina di Alessandria, che evoca Vittorio Emanuele III sepolto ad Alessandria d’Egitto, in attesa dell’auspicata traslazione in Italia. Non meriterà anch’egli un ricordo nella città cara ai sovrani temporali e spirituali? Sarebbe un’altra lezione universale di civiltà. Il Piemonte, forse, seguirebbe…

Aldo A. Mola

 

Nel 1862 Garibaldi ebbe fretta di passare dall’Isola del Sole sulla strada di Aspromonte, cammino del cinabro. Imbarcò da Acitrezza.