Amarcord

Aspettando il Natale

LETTERA DI NATALE AI SOCI DELL’ASSOCIAZIONE SICILIA-PIEMONTE

Ossia il gioco delle carte e i Palermitani.

Carissimi,tra breve quest’anno volgerà al termine. Ognuno di noi approderà a questo appuntamento a modo suo,magari con meno euro in tasca e meno certezze in quel che ci aspetta. Ma si sa , nelle condizioni di maggiore crisi , il nostro Paese mostra il suo lato solidale. Se in America colui che ha debiti è un classico “perdente”, dalle nostre parti dove non si getta via niente  , il malo pagatore è solo un mattacchione. Come dice Daniele Billitteri nel suo libro diventato in poco tempo un best seller, “ lo scemo del villaggio sarà scemo ma è pur sempre uno del villaggio, una cittadinanza che è radice e identità.”

Pensando quindi che la ricchezza sta anche nei ricordi delle nostre origini che ci portiamo appresso,  ho

riportato qualche annotazione del nostro Daniele Billitteri sulle festività natalizie.

( Tratto fedelmente da “Homo Panormitanus” . Pietro Vittorietti edizioni)

“ Il Natale dei Palermitani non è molto diverso da quello di tutti gli altri cittadini italiani impegnati a

prosciugare la Tredicesima. L’unica particolarità è quella del gioco. Non che nel resto del Paese non si giochi

ma qui la cosa assume dimensioni degne di citazione. ..

I giochi di Natale appartengono alla leggenda e si racconta di feudi interi passati di mano , di fortune

dilapidate , di contrasti finiti male , malissimo. Si racconta anche che in questo periodo nei circoli c’è

sempre un notaio pronto a scrivere un rogito , un atto di vendita , un passaggio di proprietà….

Nelle case girano certamente meno soldi , ci sono i bambini che vogliono partecipare , le nonne col

borsellino col fermaglio di metallo che raccolgono monetine già da un mese perché non manchino mai i

soldi cambiati. Le serate cominciano con tombole innocenti durante le quali ci si azzuffa sulla “ smorfia “.

“ Settantasette : gambe delle signorine” ,” Ventitrè:  cu l’avi su punta “ , “ Ottantotto : i palli i patri

Abramo”, “Undici : l’asti ru ‘nsalataru “.

Dopo la tombola si rimane nel girone dell’innocenza col sette e mezzo ( il banco “attira”, sette e mezzo “reale” si paga il doppio ) oppure a “ mazzuneddri “. Man mano che i bambini crollano di sonno ,intontiti dalla fatica e dal panettone, si comincia a fare sul serio.

E’  l’ora del “piattino”, il più semplice dei giochi d’azzardo : carta da uno a cinque perde ; da sei a dieci vince…

Il “ piattino” è micidiale …. Ho visto piangere padri di famiglia dopo un’innocente serata di “piattino” cominciata per “ fare divertire i picciriddi “.

Chi approda senza grandi danni alla mattina del sette gennaio (fine delle feste e delle ostilità ) torna nei ranghi e conserva le carte sino all’inizio delle vacanze estive. “

Auguro quindi ai soci   siciliani che come me   non potranno  fare a meno del gioco nel periodo natalizio  una grande, smisurata  moderazione!!!

V. Costa

                                                  

 

 

 

 

 

 

 

Siciliani e Piemontesi nell’aula di Montecitorio.

Tra circa 2 settimane si eleggerà il nuovo Presidente della Repubblica . Noi cittadini  rivedremo l’aula di Montecitorio  abitualmente  ripresa dalle televisioni e assisteremo alle votazioni ,  occasione  auspicata di partecipazione e di rinnovamento piuttosto che  di tattiche di  schieramento. Abbiamo allora pensato di ripercorrere  in senso storico-artistico  la nascita della attuale Aula parlamentare.

Il 17 marzo del 1861il Parlamento Subalpino proclamò Vittorio Emanuele II  “ re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione” e indicò Roma come “ capitale morale” del Nuovo Stato. La città rimase sede dello Stato Pontificio fino al plebiscito del 1870 quando  venne sancita l’annessione di Roma al Regno d’Italia.

Con l’Unità d’Italia, Palazzo Montecitorio fu espropriato dallo Stato Italiano e destinato ad ospitare la Camera dei Deputati. L’Aula dell’Assemblea fu inizialmente edificata da un ingegnere dei lavori pubblici ,ma si dimostrò ben presto talmente inadeguata che venne chiusa nel 1900. I lavori di ampliamento del Palazzo vennero affidati  così all’architetto palermitano Ernesto Basile. Egli a quell’epoca aveva fama di essere il più europeo degli architetti italiani in virtù di precedenti realizzazioni architettoniche e di arredo interno ispirate al nuovo stile definito Liberty (l’equivalente italiano dell’Art Nouveau).In un’Italia da poco unificata che voleva superare le identità regionali ancora troppo presenti, il nuovo stile si faceva interprete dell’aspirazione ad un linguaggio artistico comune, adeguato a rappresentare il progresso e la modernità. La Bellezza come interpretazione di un mondo trasformato dal progresso scientifico e tecnologico venne celebrata dalle Grandi Esposizioni di Palermo nel 1891-92, di Torino nel 1902 e di Milano nel 1906.Il nuovo stile rifiutava il monumentalismo dominante e progettava un’architettura che dava spazio alla grazia, agli ornamenti, agli orpelli. Per questo prestigiosissimo progetto Basile dovette però trovare soluzioni di compromesso  in quanto il suo compito anche celebrativo doveva inserirsi armonicamente con la facciata storica del Palazzo ad opera del Bernini e con un’area in direzione opposta che venne trasformata in piazza. Negli spazi interni, l’architetto palermitano dispiegò tutto il suo gusto innovativo, raggiungendo una grande armonia tra la solennità degli ambienti e l’ariosità delle decorazioni e dei dettagli. L’Aula della Camera dei Deputati divenne un capolavoro dello stile Liberty.

                                                

 L’aula è semicircolare, con i banchi disposti ad anfiteatro divisi in 10 settori che degradano verso il banco della presidenza. Sopra i banchi, per tutto il perimetro della sala , si sviluppano le arcate delle tribune . Il tutto è coperto da un velario in vetro e ferro ad opera di Giovanni Beltrami che conferisce grande luminosità all’ambiente. La parte centrale dell’Aula è occupata dal banco della presidenza e poco più in basso dalle due file di banchi riservati al Governo. I banchi sono sovrastati dal pannello bronzeo del torinese Davide Calandra raffigurante l’Apoteosi di Casa Savoia. Il calco in gesso dell’opera è custodito presso la gipsoteca a lui dedicata nella città di Savigliano in provincia di Cuneo dove egli amava soggiornare per lunghi periodi. L’opera fu ultimata nel 1912 e fu esposta nello stesso anno all’Internazionale di Amsterdam. Il bronzo del Calandra insieme alla quercia che compone l’architettura e gli scanni si uniscono armonicamente alle arcate e alle vetrate dipinte con un magnifico effetto di contrasto. La Sala venne definitivamente ultimata nel 1918 anno della sua inaugurazione. Pur nella retorica che un tale luogo può suscitare al visitatore moderno (la glorificazione del Risorgimento Nazionale), questa grande aula vede accomunate opere di artisti provenienti da diverse regioni italiane integrate armonicamente a costituire un’opera con un’impronta eminentemente italiana.

 16/01/2015

Vincenzo Costa e Giovannella Antonioli

 

 

CUNTASTORIE 

Di Donatella Mazzotta  

Tra gli antichi mestieri della tradizione siciliana, un posto importante lo occupa il “cantastorie” o il “cuntastorie”.  Tradizionale figura di intrattenitore ambulante, che si sposta di città in città e di piazza in piazza raccontando una favola, una storia, un fatto, con l’aiuto del canto e spesso di un cartellone in cui sono raffigurate le scene salienti del racconto. I cantastorie, in questo loro peregrinare, vivevano delle offerte degli spettatori e talvolta dei proventi della vendita di foglietti recanti la storia raccontata.  

     

                                                                 

Si posizionavano nelle piazze dei paesi o nelle stalle umide e cantavano o raccontavano le loro storie, antiche o attuali, vere o immaginarie, che si tramandavano di generazione in generazione e, ogni volta, aggiungevano un particolare, un fatto, un episodio, che le rendeva sempre più avvincenti. Le trasformavano per adattarle ai luoghi dove venivano raccontate. A volte storie antiche venivano adattate a personaggi e luoghi del posto, stimolando la curiosità di chi li stava a sentire. Era il “teatro” del popolo. Incursioni di pirati, miracoli di santi e vite esemplari di devoti, eventi catastrofici, clamorose impiccagioni, leggende sacre e racconti profani. Meravigliose vittorie e lacrimevole sconfitte, personaggi e momenti epici (Garibaldi ed il Risorgimento sono stati oggetto di interesse di tanti cantastorie e poeti popolari); ogni occasione era buona per i cantastorie per comporre, adattare vecchi canti o tradurre vecchie storie. Una delle più conosciute è quella della Barunissa di Carini, si pensa ci siano più di 500 versioni. E’ doveroso annoverare tra i cantastorie e cantautori più rappresentativi, Nonò Salamone di Sutera (CL). Nasce nel 1945 e sin da ragazzino inizia ad esibirsi nelle piazze. Emigra, in Germania come muratore, e anche lì la sera si esibisce in vari locali. E’ lui  che ha divulgato e fatto conoscere a Torino dove lavora, come in tutto il resto d'Italia ed all'estero, la figura del cantastorie, i canti, le tradizioni, i drammi, le passioni e le bellezze della nostra terra. Ha collaborato con i più grandi, come Cicciu Busacca, Rosa Balistreri (con la quale ha fatto diverse tournèe) e Ignazio Buttitta musicando diverse sue composizioni.  Sostiene Nonò: <<Per il Cantastorie, lo spazio, a lui più congeniale, è la piazza e soprattutto le fiere, dove trova un rapporto diretto con vecchi e giovani, come è nella tradizione>> (una tradizione che è antichissima e risale al medioevo, con i suoi menestrelli ed i suoi "clerici vangantes"). Guardare al passato non vuol dire compiere un'operazione nostalgica; significa piuttosto osservare il mondo di ieri con un occhio attento al presente, essi svolgono da sempre un'attività esemplare: cantare le vicende tristi e liete dell'umanità di ieri e di oggi. Forse i cantastorie sono i "giornalisti" più antichi; il loro girovagare di continuo fra paesi piccoli e grandi, tra nazioni e continenti, ne ha fatto dei "corrieri" tra i più vivaci e dei "diffusori" di notizie tra i più efficaci.  In una società in cui l'analfabetismo imperava e l'oscurantismo era favorito, con il solo aiuto della chitarra e dei "cartelloni", essi sono stati preziosi e coloriti "veicoli" di comunicazione tra le genti e per molto tempo hanno sostituito i giornali, la radio, la televisione in tempi in cui questi mezzi di comunicazione non esistevano. Oggi anche nel più sperduto villaggio l'informazione non viene più a mancare ma il cantastorie assolve ancora al suo compito, quello cioè di "commentatore" di fatti di sangue e di mafia,  di  gioia  e  di  dolore dei piccoli momenti della vita di tutti i giorni. I cantastorie rappresentarono l’unico tramite culturale tra il popolo analfabeta e il mondo epico e poetico in cui rivivevano le spagnolesche gesta, le bravate dei paladini del repertorio cavalleresco di Francia e le generose, anche se cruenti imprese dei vari briganti, così cari alla fantasia popolare. Dall’evoluzione dei “cuntastorie”  nasce il “TEATRO DELL’OPERA DEI PUPI”, ovvero “TEATRO DELLE MARIONETTE” . Le gesta di questi personaggi sono trattate attraverso la rielaborazione del materiale contenuto nei romanzi e nei poemi del ciclo carolingio. Le marionette sono appunto dette pupi (dal latino "pupus" che significa bambino). L'Opera dei Pupi si affermò in Sicilia tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX. I “pupi” e le scenografie sono opera del “puparo”, così come la voce narrante. Nel 2001 anche l’Unesco, riconoscendo l’importanza che ha assunto questa forma di teatro,  ha dichiarato il “Teatro dell'Opera dei Pupi” Capolavoro del patrimonio Orale e Immateriale dell'Umanità”.  

Il viaggio.

ALLA SCOPERTA DI MOZIA.

Di Donatella Mazzotta  


Una gita che vi consiglio, se capitate nel trapanese, è Mozia. Si visita in un giorno, ma  vi lascerà stupefatti. Si può raggiungere con delle piccole imbarcazioni che fanno spola proprio per i turisti, ma è anche possibile andare a piedi. Infatti, da Marsala (da dove si parte) vi è una strada che, da  località Birgi, congiunge l'isola. La strada, appena sotto il pelo dell'acqua, è lunga circa 7 km. Se si opta per questa soluzione è consigliabile fornirsi di scarpette da mare.

 Quando si arriva all’approdo da dove partono le imbarcazioni è possibile ammirare il panorama delle saline seduti ai salottini del bar. E’ uno spettacolo della natura!! Cominciamo ad esplorare l'isoletta sapendone qualcosa di più: Mozia è un'antica colonia fenicia fondata nell' VIII sec. a.C. su una delle quattro isole della laguna dello Stagnone, l'isola di San Pantaleo (nome datole nell' alto medioevo dai monaci che vivevano  sull'isola). Il nome di Motya, probabilmente dato dagli stessi Fenici, dovrebbe significare “filanda” e, molto probabilmente, è riferito alla lavorazione della lana che si faceva sull'isola. Probabilmente è stata un punto di attracco per le navi dei fenici che transitavano nel Mediterraneo per i commerci. Quando i Greci, nell'VIII sec. a.C., iniziano la colonizzazione dell'isola, i Fenici si spostano nella Sicilia orientale e la piccola Motya diventa una importante cittadina. Quando, nel VI sec. a. C. , i Greci lottano contro i  Cartaginesi, per il dominio della Sicilia, Mozia viene protetta con delle mura di cinta e fino al 397 rimane inattaccabile fino a quando Dionisio il Vecchio (tiranno di Siracusa), dopo un feroce assedio, riesce ad espugnarla.

Gli abitanti in fuga si riversano sulle sponde dando vita a quella che oggi è Marsala. Finisce così la vita di Mozia che rimane, però, oggi una preziosa gemma da visitare. A riscoprirla fu un inglese: Giuseppe Whitaker, in Sicilia per affari,  alla fine del 1800. Oggi la sua casa a Mozia è sede di un museo.  Il giro dell'isola, attraverso un sentiero, è ricco di scavi dell'epoca fenicia. Si  percorre a piedi ( circa una ora e mezza di cammino) ed è consigliabile percorrerlo in senso antiorario. Lungo il percorso si possono ammirare diverse torrette e poi sono importanti le due porte di accesso alla città. Alle spalle della porta principale si può ancora vedere il lastricato della vecchia strada principale. La zona denominata “Cappiddazzu” si trova alle spalle della porta a nord e nelle vicinanze si riconosce una struttura con tre navate, probabilmente un edificio destinato al culto religioso. La necropoli è ricca di pietre tombali e di urne; molto probabilmente, però, esisteva una seconda necropoli sulla terraferma, in località Birgi, proprio in corrispondenza della strada sommersa. L'area destinata al culto, denominata “Tophet” è un santuario all'aperto dove venivano depositati i vasi con i resti  dei sacrifici umani.Ricordiamo che, all'epoca dei fenici, era diffusa l'usanza di sacrificare i primogeniti maschi.

Sull'isoletta si trova anche un piccolo bacino artificiale il “Cothon”.  A cosa potesse servire è ancora un mistero, qualcuno sostiene che poteva essere un riparo per piccole imbarcazioni. Merita prestare attenzione alla “Casa dei mosaici” i due mosaici rappresentano il grifo alato che insegue una cerva e un leone che attacca un toro. Ovviamente è interessante visitare il museo, ma anche la “Casa delle Anfore”  chiamata così perchè vi furono ritrovate innumerevoli anfore.  <<<<<<<<buona gita>>>>>>>>>>>