Santa Lucia patrona di Siracusa

 Liberamente tratto da: A. Spadaro "Caravaggio in Sicilia. Il percorso smarrito "

Dal 14 al 22 dicembre di quest’anno il corpo di S. Lucia ritornerà nella sua città natale , Siracusa.

Lucia, vergine e martire cristiana, decapitata ai tempi di Diocleziano il 13 dicembre del 304 d.C. , fu sepolta nelle vicine latòmie ( cave di pietra con cui sono stati costruiti i monumenti dell’antica Siracusa ) . Il suo corpo, secondo la tradizione, fu trafugato dai Bizantini che lo portarono a Costantinopoli e poi nel 1240 dai Veneziani che lo traslarono a Venezia , nella chiesa di S. Geremia.

Sembra che la devozione della Santa fosse viva fin dai primi secoli. Su una iscrizione tombale risalente al IV secolo d. C. e ritrovata nel complesso delle catacombe di S. Giovanni , la santa viene chiamata affettuosamente : " la mia Santa Lucia ". Il culto della vergine in effetti non urtava l’antico sentimento religioso dei Siciliani.La data del suo martirio (13 dicembre) vicina al solstizio d’inverno permetteva di eternare l’usanza di celebrare le Divinità fecondatrici della terra. I Si racusani avevano dedicato nel quartiere di Neapoli un tempio a Demetra , dea della terra, e un tempio alla figlia di lei, Persefone. ( Proserpina per i latini ). Secondo il mito, Persefone vive sulla terra per i 2/3 dell’anno ( la bella stagione) e giace con Ade nel sottosuolo per il rimanente terzo (la brutta stagione). Inoltre, l’abitudine ad alimentarsi nel giorno del martirio unicamente di " cuccìa " faceva proprio il culto precristiano. La "cuccìa " è una pietanza costituita di grano bollito nel latte. Essa ricalca il rito antico dei " ciòtuli" , tazza in cui il grano veniva fatto germogliare al buio per simulare la germinazione sotterranea del seme.

Il 13 dicembre del 1608 Caravaggio era in Sicilia. Nell’ottobre di quell’anno il pittore lombardo era stato incarcerato a Malta , ma ne era subito fuggito, riparando a Siracusa. Qui ottenne di dipingere una grande pala d’altare ( 12 m. quadrati) per la chiesa dove Lucia aveva subito il martirio ed era stata sepolta. Il luogo dove era stata costruita la chiesa e l’analogia con il culto di Persefone e Demetra suggerirono a Caravaggio il tema del seppellimento. Qualche anno prima era stata ritrovata la copia degli atti greci del martirio, secondo cui Lucia sarebbe morta non per taglio della gola ma per decapitazione. Fatalmente, la morte per decapitazione subita da Lucia era la pena a cui il pittore era stato condannato per l’uccisione di Ranuccio Tomassoni due anni prima. Caravaggio quindi non poteva che partecipare creativamente e materialmente alla rappresentazione drammatica del seppellimento. Così Francesco Susinna nel 1724 descrive la tela: " Il Dipintore fece il cadavere della Martire disteso in terra, mentre il Vescovo co’ il Popolo viene per seppellirlo , e due facchini , figure principali dell’opera , una di parte , e una dall’altra, co’ pale in azione, chè fanno un fosso acciò in esso lo collochino .

                                              

I due enormi becchini vestiti con leggerissimi indumenti e in primo piano servono , secondo il Venturi, a concentrare l’attenzione sul volto della morta. Il punto focale della tela sta infatti nel contrasto tra il volto dolcissimo della vergine e il grande taglio che ne attraversa il collo. L’adolescente Lucia con i suoi capelli biondi , contenuta nell’ovale disegnato dalle sagome dei due fossori, è piccola come il seme biondo buttato a terra nel rito di Demetra. La terra irrorata del sangue del martirio propizia la germinazione sotterranea ed è preludio alla rinascita , ossia alla resurrezione.

Sono passati 1710 anni dal martirio di Lucia. La nostra storia recente sembra riesumare vecchie scelleratezze generate dalla bramosia di potere e di ricchezza. E, considerando che nell’umano abita con tutta naturalezza il disumano, non morire prima di morire è tutt’altro che facile. Il famoso poeta russo E. A. Evtusenko , nel ricostruire le peripezie di Lara e Zivago nel libro di Pasternak, annotava: " La Storia è giusta solo quando non distrugge le storie d’amore. " Mi permetto di sottoscrivere anch’io , a gran voce, questa affermazione.

Giovannella Antonioli